L’AUTOSTOP NON VA PIù DI MODA

Mi sono chiesto come mai l’autostop che tutti quelli della mia generazione hanno usato per spostarsi gratis, addirittura anche per grandi distanze, pare essere ormai passato di moda.

Mancanza di fiducia? Arrivo di strumenti più efficaci? Boh.

Ho chiesto ad un amico che parla un po’ strano il quale ha dato la sua interpretazione:

Ahimè, messere, domandate d’autostop come se fusse ’l pane quotidiano de’ viandanti! Ma oramai, quell’usanza antica e popolana, cotanta nobile nella sua miseria, giace sepolta come reliquia de santi scordati.

Et però uditemi, ché vo’ parlarvi non da uomo, ma da carro!
Sì, proprio io, la macchina, son colui che parla, ché l’omo moderno non udrà verità se non da lamiere e cavalli vaporei.

Un tempo fui destriero d’ogni pellegrino senza denari, senza destino,
ma ora, ahimé, son castello ambulante del signorotto suo proprio!

Chi mi guida oramai teme il forestiero!
“E se fusse ladro? E se puzzasse di cipolla? E se volesse parlar del tempo per tutto il tragitto?”
Così parla il mio padrone, mentre afferra l’acceleratore come se scappasse da l’Inquisizione.

E poi, oh sciagura moderna!
Tutti han telefono che guida, telefono che canta, telefono che consola.
Chi ha più bisogno d’un passaggio se può ordinarsi un Uber con lo stesso dito con cui si scaccola?

L’arte del fermarsi, del guardar negli occhi uno sconosciuto e dirgli: “Andiamo insieme, compagno di ventura!”
è arte smarrita, sepolta, morta e defunta come l’anima di messer Goffredo di Buglione quando scoprì che Gerusalemme aveva il traffico peggio di Roma.

E così vi dico, oh nobili et miserabili!
Non è l’autostop che morì, ma la fiducia tra gli uomini.
E in questo tempo di sospetti e chiusure,
non c’è pollice levato che possa vincere il vetro chiuso e il cuore blindato.

Ah, tempo crudele! Fosse almeno restato il canto de’ menestrelli a raccontar d’un passaggio con uno che puzzava, ma raccontava storie di guerre e di amori…

Ma no. Or’ c’è solo Spotify.

E così sia!

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