LE NOZZE DI FIGARO AL MENOTTI

Teatro Nuovo Menotti, Spoleto – 79ª stagione lirica del Teatro Lirico Sperimentale

Le prime note dell’ouverture mozartiana risuonano al Teatro Menotti mentre i cantanti e i figuranti passano dalla sala per raggiungere il palcoscenico.

E immediatamente si percepisce quella magia senza tempo che rende Le Nozze di Figaro un capolavoro eternamente giovane. Come scrisse Eduard Hanslick, “Mozart non invecchia mai, perché la sua musica non fu mai giovane nel senso dell’immaturità“. Ed è proprio questa paradossale eternità giovanile che ha riempito la sala spoletina, confermando ancora una volta il richiamo irresistibile dei grandi titoli del repertorio.

Il vero protagonista della serata è stato, a mio modesto avviso, il Maestro Marco Angius, che ha guidato l’orchestra con quella sapienza direttoriale che sa coniugare precisione tecnica e respiro drammatico. La sua lettura della partitura mozartiana ha mostrato una comprensione profonda dell’architettura musicale, restituendo sia l’ironia pungente di Da Ponte sia la complessità emotiva che sottende la commedia.

Grande attenzione ai recitativi, che spesso vengono snobbati dai musicisti e pure dal pubblico. Utilissimi i soprattitoli che aiutano nella non sempre facile comprensione del testo.

L’orchestra del Teatro Lirico Sperimentale ha risposto con disciplina ed efficacia, dimostrando come la qualità musicale non dipenda necessariamente dai grandi organici.

Particolarmente felici i dialoghi tra archi e fiati, che hanno saputo sostenere con intelligenza le voci soliste senza mai sovrastarle.

E proprio le voci rappresentano il vero punto di forza di questo allestimento. I giovani cantanti hanno dimostrato quel talento fresco e quella dedizione che sono il vero DNA del Teatro Lirico Sperimentale. Senza entrare nel dettaglio delle singole interpretazioni – che meriterebbe un’analisi a parte – va riconosciuto il buon livello vocale complessivo, con voci ben impostate e una dizione che fa piacere sentire in tempi di globalizzazione operistica. Come amava ripetere Tullio Serafin, “…prima di tutto le voci, poi tutto il resto“: in questo caso, il resto purtroppo non sempre ha seguito.

La regia di Henning Brockhaus, assente per sopraggiunti problemi personali già dalla conferenza stampa, rivela infatti tutte le difficoltà di un allestimento evidentemente poco energico.

L’impressione è quella di una messinscena che avrebbe avuto bisogno di più impegno da parte della regia, oscillante tra intuizioni interessanti e momenti di evidente disorientamento scenico.

Le dinamiche tra i personaggi appaiono a tratti poco nitide, mancando quella chiarezza drammaturgica che Mozart e Da Ponte richiedono. Il celebre finale del secondo atto, vero tour de force di costruzione teatrale, ne esce comunque anche se vittima di una gestione poco fluida dello spazio scenico.

Lo spazio scenico, appunto. Le scene, firmate dallo stesso Brockhaus insieme a Giancarlo Colis, optano per un minimalismo che vorrebbe essere evocativo ma che spesso risulta semplicemente scarno.

La pedana centrale, i pochi fianchetti e soprattutto quel grumo di sedie sospese in aria – di difficile decifrazione simbolica – compongono un quadro scenografico che, pur comprensibile nelle sue limitazioni economiche, avrebbe meritato maggiore inventiva registica.

Come insegnava Giorgio Strehler, “la povertà di mezzi può diventare ricchezza espressiva, ma solo se guidata da un’idea forte“. Qui l’idea sembra a volte essere mancata.

I costumi di Giancarlo Colis si muovono in un registro “modestamente divertente”, per usare un’espressione cara alla critica di un tempo. Senza particolari guizzi creativi, assolvono il loro compito di collocare l’azione con alcune soluzioni di buon senso pratico che facilitano i movimenti dei cantanti.

Le coreografie di Valentina Escobar si inseriscono nel tessuto scenico, senza eccessi e senza particolari momenti di esaltazione.

Se per quanto riguarda musica e messa in scena mi trovo nella posizione di uno spettatore che può dichiarare: “Mi piace” oppure “Non mi piace”, per quanto riguarda l’aspetto scenotecnico ho più strumenti.

E quindi ritengo poco efficace l’apporto delle luci di Eva Bruno.

Troppo spesso “scomposte” e “sporche”, come si dice in gergo tecnico, compromettono la leggibilità scenica e creano atmosfere poco consone al mondo mozartiano.

Per lunghi tratti, poi, l’illuminazione rimane sostanzialmente statica, rinunciando a quel supporto drammaturgico che la moderna tecnica teatrale può offrire. In un’opera dove la luce dovrebbe seguire i sottili giochi psicologici dei personaggi, questa staticità rappresenta un’occasione perduta. Un impegno maggiore sarebbe stato possibile oltre che auspicabile.

Va tuttavia ricordato che il Teatro Lirico Sperimentale ha una missione specifica: formare giovani artisti e offrire loro la possibilità di confrontarsi con il grande repertorio.

In questa prospettiva, l’allestimento spoletino assolve pienamente al suo compito principale, quello di mettere in evidenza le qualità vocali e interpretative di una nuova generazione di cantanti. La sala gremita dimostra inoltre come il pubblico continui ad apprezzare questa formula, che coniuga accessibilità economica e qualità musicale.

In questo caso, la componente musicale di buon livello non trova sempre pieno sostegno nella realizzazione scenica, ma resta il piacere genuino di aver sentito Le Nozze di Figaro in una versione musicalmente solida, con giovani voci promettenti guidate da un direttore competente.

E come cantava il Conte d’Almaviva, (Rossini) “che novità! che novità!“: le novità sceniche latitano forse, ma Mozart continua a svolgere egregiamente il suo ruolo di compositore immortale, e questo alla fine è ciò che più conta.

Complimenti sinceri vanno a chi dirige tutta l’istituzione del Teatro Lirico Sperimentale per il difficile ruolo di tenere in equilibrio questa eroica istituzione spoletina che nell’attuale edizione ha mostrato grande vitalità nelle proposte innovative.

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