Tra l’incanto di Beatrice e il phon del parrucchiere: cronache (profane) dal Duomo.
Diciamocelo subito, con quella onestà brutale che risparmia inutili giri di parole: se per scrivere di musica occorresse per forza maneggiare il linguaggio delle crome e dei solfeggi, io farei meglio a posare la penna.
Ma siccome il critico è, prima di tutto, un testimone di ciò che accade tra gli uomini, eccomi qui.
Ieri sera, in una Piazza del Duomo stipata di pubblico attento, ho scelto una strada diversa: ho smesso di cercare la nota perfetta, che tanto non sono in grado di distinguere e ho iniziato a guardare le schiene, i profili, i colpi di tosse di chi, accanto a me, tradiva un briciolo di noia o un sussulto di meraviglia.
L’ingresso è stato un piccolo calvario di ordinaria burocrazia. Un intoppo con gli accrediti mi ha costretto a un’attesa interminabile proprio lì, all’imbocco di via del Duomo. Tutto risolto velocemente grazie alla competenza e alla disponibilità delle persone dell’Ufficio Stampa del Festival che ringrazio per l’impegno.
Ma il ritardo è diventato un’occasione antropologica: è stato un festival di pacche sulle spalle, di “oh, chi si vede!“, un rito di saluti e sorrisi con metà della piazza.
Ho osservato il gran defilé delle signore in “grande toilette”, le architetture vertiginose dei parrucchieri che sembravano voler sfidare il campanile del Duomo, un’esibizione di vanità che è parte integrante dello spettacolo, piaccia o meno.
Quando finalmente sono riuscito ad entrare, le prime note della London Symphony Orchestra stavano già scivolando via.
Mi avevano assegnato un posto nelle prime file, ma ho preferito il fondo: meglio restare in disparte, per non spezzare l’incanto di chi era già immerso nell’ascolto.
Poi è arrivata lei, Beatrice Rana. Confesso che, da profano, non sapevo bene cosa aspettarmi. Ma vederla lì, con quella spigliatezza quasi insolente sulla tastiera, mi ha letteralmente travolto.
Come pianista e come responsabile musicale di questo festival ha dimostrato di saperci fare e non poco.
C’è una verità fisica nella sua bravura che arriva anche a chi non distingue un do da un mi bemolle.
Intorno a noi, il paradosso della modernità. Un contratto blindatissimo con la London Symphony che proibiva ufficialmente ogni ripresa video – io stesso ne so qualcosa per un precedente “incidente” digitale con il concerto di Mika, prontamente rimosso.
Eppure, la platea era una distesa di smartphone accesi: ognuno a rubare il suo pezzettino di concerto, a trasformare l’ineffabile in bit, in una disobbedienza collettiva che rende i divieti contrattuali simili a grida nel deserto.
La passione delle persone di filtrare il reale attraverso uno schermo per farlo sembrare più vero.
Alla fine, però, conta il sedimento che resta. E quello che resta è un’esperienza “molto, molto gradevole”. Sarà stata la complicità delle rondini che volteggiavano sopra le nostre teste, la temperatura finalmente piacevole, o quelle proiezioni sulla Rocca che rendevano tutto un po’ più onirico, ma la gente è uscita soddisfatta.
Io, dal canto mio, me ne impippo se il mio giudizio non ha il timbro dell’accademia. Mi basta dire che ieri sera, tra un colpo di tosse, un ventaglio mosso e un sorriso, la bellezza ci ha fatto visita.
Ed è stato un bel vedere.
direttore Yannick Nézet-Séguin
pianoforte Beatrice Rana
London Symphony Orchestra
programma musicale
Sergej Rachmaninov
Rapsodia su un tema di Paganini
Sinfonia n. 2 in mi minore, op. 27
Largo – Allegro moderato
Allegro molto
Adagio
Allegro vivace

