Cronaca di una piccola battaglia combattuta in camice semitrasparente.
Giovedì. Le sette del mattino, quell’ora in cui anche i semafori sembrano ancora addormentati e i cantieri stradali si stiracchiano prima di iniziare la loro quotidiana persecuzione.
È l’ora fissata per la mia operazione di ernia ombelicale, un intervento che i medici definiscono “di routine” con quella noncuranza tutta professionale che dovrebbe servire a rassicurare il paziente e che, invece, produce l’effetto opposto: se è così semplice, perché me lo dici con quel tono da bollettino meteo?
L’ospedale è quello di Terni, mezz’ora da casa mia, salvo imprevisti e gli imprevisti, a queste latitudini, hanno lo status di istituzione: traffico, cantieri, semafori sincronizzati apposta per non esserlo mai, code che nascono dal nulla come funghi dopo la pioggia. Bisogna quindi partire presto, con quel misto di ansia da prestazione e spirito militare che accompagna ogni spedizione sanitaria.
Dice: “…ma perché Terni e non Spoleto?” Dico: “Boh“.
A digiuno, si intende. Niente cibo, niente acqua, come se il corpo dovesse presentarsi all’appuntamento con l’anestesista in stato di penitenza, quasi a scusarsi in anticipo per il disturbo che sta per arrecare al sistema sanitario nazionale.
E poi il corredo richiesto. Le “calze antitrombo“, che nonostante il nome sinistro non hanno nulla a che vedere con improbabili scene zozze, ma servono, mi hanno spiegato, a scongiurare la trombosi che la posizione supina prolungata e l’anestesia potrebbero provocare. E la pancera di cotone, rigorosamente non elastica, pensata per sorreggere la zona operata come farebbe un amico premuroso ma un po’ rozzo: ti tiene su, ma senza troppe cerimonie.
Poi la telefonata, di quelle che arrivano sempre a scompigliare i piani meticolosamente studiati la sera prima: l’appuntamento slitta dalle sette alle nove, problemi loro, dicono.
E io, che mi ero preparato psicologicamente all’alba come a un duello, mi ritrovo con due ore di grazia in più. Il tempo, per dirla tutta, di farmi una doccia con calma, l’ultimo gesto di normalità prima di consegnarmi nelle mani della medicina.
Il viaggio, sorprendentemente, fila liscio. Nessun cantiere. Agosto, si sa, svuota le città e riempie le spiagge: persino gli operai sono in ferie, e per una volta la provvidenza umbra si manifesta sotto forma di assenza di lavori stradali.
L’accettazione, ovvero il teatro delle piccole vanità
Arrivo, mi presento, e la signora dell’accettazione mi riconosce. È di Spoleto anche lei. Nel corso della mattinata si ripeterà la scena più volte — un’infermiera, poi un infermiere, chissà chi altro — perché a Spoleto, si sa, ci si conosce tutti, ed evidentemente la conoscenza, o quel che ne rimane, arriva pure nei corridoi di un ospedale in un’altra città.
È un momento piacevole, non lo nego, ma l’emozione dominante è un’altra: quella tensione sorda che chiede solo una cosa, e cioè che tutto sia svolto in fretta, per tornare a casa il prima possibile.
Mi fanno spogliare. Mi consegnano un rasoio elettrico con l’ordine di depilarmi la pancia, gesto tecnico e per nulla romantico. Poi l’infermiera mi guarda con l’occhio clinico di chi valuta un terreno da bonificare e sentenzia che sarebbe da tagliare anche la barba, che porto lunga da un mese come un piccolo vessillo di ricercatezza estiva.
“Ma scusi, che c’entra la barba, se l’operazione è all’ombelico?”
“Non si preoccupi. Faccia come le dico.”
E io faccio come mi dice, perché in ospedale la logica cede sempre il passo al protocollo, e il protocollo — si sa — non si discute, si esegue.
Indosso il camice semitrasparente d’ordinanza, quella veste democratica che accomuna tutti i pazienti destinati alla sala operatoria, senza distinzione di censo, età o pudore. Faccio pipì due volte, per scrupolo, come si controlla due volte la porta di casa prima di partire per un lungo viaggio.
L’attesa e il soffitto
Mi siedo sul letto e aspetto che vengano a prendermi. Lo fanno verso mezzogiorno. Arriva un portantino con la barella, mi carica come un pacco fragile e si parte. Mia moglie mi saluta con un sorriso che vale più di qualsiasi anestesia.
Durante il tragitto nei corridoi guardo verso l’alto, come si fa quando non si ha altro da guardare: vedo scorrere le lampade al neon una dopo l’altra, con la regolarità ipnotica di un metronomo, e noto anche le piccole irregolarità del soffitto — una crepa, una macchia — ma non me ne preoccupo. In quei momenti si diventa filosofi per necessità, non per vocazione.
Entriamo in ascensore. Il soffitto è di lamiera lucida, e restituisce la mia immagine sdraiata, deformata quel tanto che basta da farmi sembrare a metà strada fra il Cristo deposto del Mantegna e l’uomo della Sacra Sindone. Lo dico al portantino, che ci pensa un attimo e ammette, con onestà intellettuale che gli fa onore: “Effettivamente è inquietante.”
La sala operatoria e i suoi personaggi
Arriviamo al piano delle sale operatorie. Fa freddo, di quel freddo asettico che sembra progettato apposta per ricordarti che sei ormai fuori dal mondo dei vivi comuni. Per fortuna mi coprono con una di quelle coperte di plastica, oro da un lato e argento dall’altro, come se anche in punto di intervento chirurgico bisognasse scegliere una palette cromatica.
C’è molta gente. Una dottoressa esamina la mia ernia e osserva, con un candore che sfiora il cinismo, che date le dimensioni minime forse si sarebbe potuto anche evitare l’intervento — ma un ospedale, aggiunge, vive di interventi, e quindi facciamolo pure, va’.
Scherzava? Non lo so. In quel momento, sdraiato e semi-nudo sotto una coperta dorata, non sono nella posizione ideale per cogliere le sfumature dell’umorismo altrui.
L’infermiere che mi applica il laccio emostatico mi riconosce: è un mio lettore, mi segue sui social. Nell’atto di stringere il laccio in alto sul braccio destro, cattura anche qualche pelo ascellare di troppo. Dolore secco, immediato. Non dico nulla — mai contraddire chi ti legge sui social mentre ti tiene in pugno un braccio.
Passa un’ora, sdraiato, e chiedo perché non si comincia.
“Eh, purtroppo il computer sta facendo un aggiornamento, e finché non finisce non possiamo fare niente” risponde l’infermiere, con la rassegnazione di chi ha già vissuto quella scena molte volte. “Poi si è pure bloccato al 93%. Aspettiamo.”
Aspettiamo. Il progresso, si sa, ogni tanto si ferma a un passo dal traguardo, proprio come certe maratone della domenica.
Il buio, e quello che viene dopo
Così un intervento che di norma dura poco si allunga a dismisura, mettendo in apprensione mia moglie al piano di sopra e tutta la famiglia sparsa per il mondo: mia madre novantenne, una figlia a casa, l’altra in vacanza in Malesia — a distanze siderali dal 93% bloccato di un computer di Terni — e il figlio diviso fra Foligno e Lucca, ciascuno con il proprio pezzo d’ansia da gestire a distanza.
Finalmente arriva l’anestesia totale. Buio. Il sipario cala senza preavviso, come fa sempre.
Mi risveglio dopo qualche ora con forti dolori all’addome, dolori che a distanza di cinque giorni non hanno ancora del tutto voluto congedarsi. Mi affido alle preghiere che rivolgo a Santa Tachipirina, la quale pare, miracolosamente, ascoltarmi ancora.
Oggi, martedì, esco di casa per la prima volta da quando sono tornato, sabato scorso.
In ospedale tutti gentili, compresi i compagni di stanza, che hanno sopportato con pazienza degna di miglior causa le mie chiacchiere drogate dall’anestesia e il mio russare notturno, involontario contributo sinfonico alla loro convalescenza.
Comunque sto guarendo. E, come ogni piccola guerra combattuta in camice semitrasparente, anche questa, alla fine, si è quasi conclusa con una vittoria di misura.

