LA LEGGENDA DI BELLAVISTA

Questa storia parla di un monaco che intorno al XIII secolo, cedette al fascino delle crociate.

Decise anche lui, insieme a tanti uomini d’armi, di partire per la conquista della Terra Santa.

Pure San Francesco d’altronde, nello stesso periodo, armato di tutto punto se ne andò a “redimere” gli abitanti di quelle terre.

Non tornò come era partito Giovanni di Pietro di Bernardone. Così si chiamava quello che oggi conosciamo come San Francesco.

Vide durante quell’avventura, un mondo in cui non si riconosceva e fece tutto il possibile per cambiarlo.

San Francesco fece molto riuscendo perfino a condizionare la storia del suo tempo e il nostro modo di vedere la vita. E questa illuminazione l’ebbe proprio in Umbria, a Spoleto, nella piccola frazione di San Sabino dove ancora c’è la chiesa che vide la vita del giovane assisano, cambiare direzione.

Il monaco protagonista di questa storia, da parte sua, fece un percorso simile.

Partì insieme ai soldati e anche lui arrivò in Terra Santa, armato solo di passione e dei simboli della sua fede.

Una volta lì, si rese conto che la religione non era il motivo principale che spingeva quegli uomini così lontano e li vide uccidere, razziare, violentare in nome di un Dio che forse di tutto questo non ne sapeva ancora niente.

San Francesco tornò di corsa ad Assisi cambiando la sua vita e il nostro monaco prese anche lui la strada del ritorno verso l’Umbria, per allontanarsi da tutte quelle violenze.

Durante la strada per tornare a casa, il corpo del monaco cominciò a reagire a quanto aveva visto e fu così che lentamente perse la vista.

Come a voler cancellare quello di cui era stato testimone.

Cieco.

Era diventato quasi completamente cieco.

Distingueva solo delle ombre e qualche bagliore quando si trovava in pieno sole.

Fu aiutato durante il viaggio da compagni compassionevoli che gli consentirono di tornare a casa. In Umbria. A Spoleto.

Una volta lì, come per una strana magia, affacciandosi ad una grande terrazza sulla valle, sentì l’impulso di rimuovere la pezza di cotone grezzo che gli proteggeva gli occhi.

Un miracolo.

Guardando in direzione della valle, il monaco lentamente tornò a vedere di nuovo. Ci vollero alcuni giorni, ma recuperò completamente la vista.

Non conosciamo il suo vero nome, ma sappiamo che da quel momento lo chiamarono Monaco Bellavista.

Per ringraziare la natura che gli aveva mandato un segno così duro da vivere per poi regalargli la soluzione e la verità, il Monaco Bellavista decise di costruire una piccola casa partendo dalla grotta proprio vicino al terrazzo per lui così speciale.

Manco a dirlo, la casa da quel momento prese il nome del monaco e crebbe, fino a diventare un luogo di ospitalità ovviamente concentrato sulla splendida veduta della valle. La stessa che San Francesco chiamò: “Valle Mea Spoletana”.

Dalla terrazza, si vede lontano fino alla chiesa di San Sabino, quella che aveva segnato il futuro di Francesco.

Una storia questa che nasce dal desiderio di pace e da quello di sfuggire alla violenza e ai tempi di un mondo che si fatica a riconoscere.

Il Monaco nell’ultima parte della sua vita si dedicò anche all’arte della cucina nel rispetto delle tradizioni e dei prodotti locali, lasciando questi insegnamenti a chi nel tempo si è occupato della gestione di quello che ora si chiama Villino Bellavista.

Si narra che testimonianze della vita del Monaco Bellavista siano ancora nascoste nell’uliveto e nel parco che circondano il Villino Bellavista.

Basta solo andare a cercarle, magari dopo aver gustato i prodotti della tradizione locale, nella pace dello storico terrazzo.

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