Non avevano un nome migliore per questa infezione.
Poi, un giorno, qualcuno, forse un sociologo annoiato, forse un filosofo insonne, lo ha battezzato: troppismo. E come tutte le parole che nascono per dare forma a ciò che già esiste, questa è diventata subito troppo piccola per contenere tutto quello che dovrebbe contenere.
Il troppismo non è solo l’eccesso. L’eccesso è antico come l’umanità. I Romani vomitavano per continuare a mangiare, i Re di Francia morivano di gotta circondati da vassoi d’oro. No, il troppismo è un’altra cosa. È l’eccesso urlato. L’eccesso fotografato. L’eccesso che non esiste se non viene guardato da altri.
La vetrina infinita
Entrate con me, se volete, in questo grande magazzino dell’apparenza. I commessi non esistono più. Siamo tutti commessi e clienti allo stesso tempo. Dietro ogni schermo, c’è qualcuno che vi mostra il ristorante stellato dove ha cenato (ma non vi dirà che ha fotografato il piatto per venti minuti prima di mangiarlo ormai freddo). L’automobile che costa quanto una casa (ma non vi dirà del mutuo trentennale, della notte insonne a controllare il conto in banca). La borsa che vale uno stipendio (ma che significa, uno stipendio? Il mio? Il tuo? Quello di un operaio? Di un professore? Di una donna delle pulizie?).
E i capelli. Oh, i capelli! Cotonati, tinti, estesi, impilati come torte nuziali sulla testa di persone che forse, chissà, vorrebbero solo dimenticarsi di avere una testa. E i gioielli che scendono a cascata su colli troppo magri o troppo grassi (ma sempre troppo), brillando come piccole grida d’aiuto in codice Morse: Guardatemi. Esisto. Valgo qualcosa.
Il peso del troppo
Mi fermo un istante.
Respiro.
E faccio un calcolo che non vorrei fare, ma ci tocca: tutto questo, la cena che costa trecento euro, la borsa da cinquemila, l’orologio che vale quanto un’automobile, l’automobile che vale quanto una casa, tutto questo troppo, sfamerebbe una tribù.
Non una persona. Una tribù. Nel centro dell’Africa, dove il troppismo non è arrivato perché lì si pratica, non per scelta ma per necessità, il suo esatto contrario: il “Pochismo“. A volte anche il “Nientismo“
E poi c’è Gaza e quei paesi che vivono condizioni simili.
Gaza, dove il troppismo suona come una bestemmia gridata in una chiesa vuota. Gaza, dove non c’è acqua e si muore di sete mentre noi fotografiamo la bottiglia di vino da duecento euro. Dove non c’è pane e si muore di fame mentre noi dibattiamo se il tiramisù era abbastanza cremoso.
Dove cadono le bombe mentre noi discutiamo quale filtro Instagram rende meglio il colore della nostra nuova automobile.
Gaza pratica il Pochismo. Non per tendenza. Non per filosofia. Per sopravvivenza.
Il pochismo è il fratello dimenticato del troppismo. Quello che non ha account social. Quello che non fa like. Quello che non posta. Quello che, semplicemente, cerca di arrivare a domani.
La domanda che brucia
E allora mi domando e vi domando, perché le domande scomode vanno condivise, non tenute per sé come segreti vergognosi.
Mi domando: quando abbiamo smesso di vergognarci?
Non dico che dobbiamo tutti vestirci di sacco e vivere di pane e acqua. Non sono un predicatore. Non ho risposte. Ho solo questa sensazione, questa vertigine, quando scorro con il dito (anch’io lo faccio, non sono migliore di nessuno) questi muri virtuali pieni di troppo, e penso a quei muri reali, quelli di Gaza, che crollano.
Forse il problema non è avere. È mostrare. È trasformare la vita in una vetrina permanente dove tutto dev’essere più:
più costoso, più brillante, più estremo. Come se esistessimo solo nello sguardo altrui. Come se fossimo diventati, tutti quanti, quadri appesi in un museo dove nessuno si ferma davvero a guardare, perché sono tutti troppo occupati a farsi fotografare davanti ad altri quadri.
Il diritto alla discrezione
C’era una volta, io me lo ricordo, c’era davvero, un tempo in cui la discrezione era considerata una virtù.
Quando chi aveva molto, a volte, decideva di non mostrarlo. Non per ipocrisia, ma per pudore.
Per quella strana sensazione, quella scomoda consapevolezza che ci ricordava: là fuori, qualcuno non ha.
Forse dovremmo recuperare questo diritto. Il diritto alla discrezione. Il diritto di avere senza sbandierare. Il diritto di esistere senza dover continuamente dimostrare di esistere.
Perché il troppismo, alla fine, è una malattia della solitudine.
Si urla perché non si è sicuri di essere ascoltati.
Si mostra perché non si è sicuri di essere visti.
Si accumula perché non si è sicuri di essere abbastanza.
E mentre noi urliamo il nostro troppo, da qualche parte nel mondo qualcuno sussurra il suo poco.
E quel sussurro, se solo ci fermassimo un attimo, se solo spegnessimo gli schermi un momento, quel sussurro forse lo sentiremmo.
È il suono di un’umanità che abbiamo dimenticato di ascoltare.
Forse basterebbe questo: prima di postare, di mostrare, di urlare il nostro troppo, fermarsi un istante. E chiedersi: questo troppo, a chi parla? E soprattutto: chi sta zitto mentre io parlo?

