WANDA OSIRIS: LA SIGNORA

Wanda Osiris

 

Nei sacri recinti del teatro di rivista, tra piume di struzzo che sfidavano le leggi della gravità e nuvole di cipria galleggianti come nebbia padana, il regno delle luci era governato da Vincenzo.

Vincenzo non era un semplice elettricista, ma un vero e proprio pittore delle sagomature luminose buttate là un po’ a casaccio. 
Al suo fianco, a bilanciare la scala con la devozione di un chierichetto al cospetto di un faro da mille watt, c’era il fidato aiutante Antonio, detto “Elettrino” per via di un’innata e permanente carica elettrostatica che gli faceva scintillare i peli delle braccia a ogni cambio di scena e per il suo modo di parlare e muoversi a scatti brevi e incontrollati.
Quel pomeriggio, nell’aria, si respirava la tensione elettrica dei grandi eventi: la celeberrima regina del varietà, la Wanda Nazionale, era salita sul palcoscenico per la rituale e rigorosa verifica dei puntamenti.
Elettrino trattenne il fiato, mentre Vincenzo regolava l’ultimo sagomatore con la precisione di uno svogliato geometra del raggio luminoso.
C’era però un piccolo, insidioso e vertiginoso dettaglio che la trigonometria di Vincenzo non aveva contemplato: i tacchi della Signora Osiris.
Calzature olimpiche, vere sculture di cuoio e vanità su cui la diva svettava ad altezze celestiali, scombinando completamente la linea dell’orizzonte.
Il risultato fu una sfasatura d’alta frequenza. Quando la Wanda fece il suo ingresso al centro del palco, il proiettore, tarato per una donna di statura terrena e priva di trampoli, le centrò con chirurgica precisione il bacino, lasciando il volto regale sprofondato nell’ombra.
Seguì un secondo di silenzio siderale. Persino Elettrino smise di scaricare a terra.
Poi, dall’oscurità superiore del palco, la diva si voltò. Con la grazia imperturbabile di una sovrana e il portamento aristocratico che la contraddistingueva, la Signora si rivolse al suo tecnico con dizione impeccabile e tono misurato:
«Caro Vincenzo, in questo spettacolo di merda io ci faccio solo una canzone del cazzo. Se tu mi illumini fino ai coglioni, ci faccio la figura della stronza.
In fondo sono sempre una signora, CAZZO!”
Vincenzo bloccò la mano sulla leva del reostato, mentre Elettrino rischiò la fusione delle valvole per la commozione.
In quell’invettiva di pura classe c’era l’essenza stessa del teatro: la chiarezza delle idee, il rigore del mestiere e la consapevolezza incrollabile che, tacchi alti o meno, una Signora resta sempre una Signora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.