L’ESODO DI EMMA DANTE AL FESTIVAL DI SPOLETO

di Andrea Tomasini

Capisco che il montaggio sia il metodo espressivo principe del ‘900.

Capisco che se è vero che le grandi narrazioni sono esauste –e con esse anche le contronarrazioni- occorre allora attingere alle origini e mi è chiaro che Edipo è tra queste.

Non solo: attraverso Tiresia si può anche riflettere sul futuro passato – come cioè in epoca passata si immaginava sarebbe stato il futuro- per confrontare esperienze e aspettative, che sono categorie antropologiche calabili nella storia collettiva così come nelle esistenze individuali e nelle quali, per riferirmi allo spettacolo Esodo per la regia di Emma Dante (nella foto) in programmazione a San Simone, Delfi e Febo Apollo vaticinano accadimenti ed esiti.

Si può (forse) fare tutto, anche immaginare un Edipo che vibra di Olimpo, prefiche, tarantolate, Grecia cristiana ortodossa, Salento, sonorità da gineceo che sgrana il rosario e musica balcanica. Lo si può fare sintetizzando il tutto come fosse l’Europa di oggi che, dopo tragedie compiute e destini tragici attraversati, vuole trovare (e forse essere) un posto dove le genti –“la mia famiglia”, dice Edipo- si possano finalmente fermare- .

D’altronde Edipo nello spettacolo a San Simone ci ha raccontato la sua vicenda complessiva, quindi la sua è un’esposizione (una narrazione agita sul palcoscenico) che avviene a tragedia già compiuta, le sue colpe sono state espiate ed è prossimo a trovare pace. Non solo: c’è una rappresentazione nella rappresentazione – festa nella festa che mi fa pensare a tragedia nella tragedia, come in Amleto e se volessimo pensare a Edipo come un fantasma che svela per noi gli accadimenti di un esodo, suo e dei suoi fantasmi, prossimo alla conclusione, c’è il fantasma del re e ci trovo forse anche il fantasma di Polidoro dell’Ecuba di Euripide.

Si può immaginare che tutto ciò simboleggi la storia dell’Europa -non a caso Tiresia, prima di accettare di rispondere con riluttanza alle sollecitazioni di Edipo svelandone la colpa, zufoleggia l’inno alla gioia che è l’inno d’Europa. Lo si può fare con una compagnia di attori capaci di muoversi sulla scena con sincronie d’azione impeccabili molto ben dirette, abili nel ballare, nel suonare e nel cantare, nell’emettere suoni e versi, coralmente bravi assolutamente anche a recitare.

Una voglia di destino comune emerge dallo spettacolo, desiderio che trovo del tutto condivisibile e che mi piace continuare a chiamare Europa e che su questo palcoscenico ha il sapore, le movenze, i colori e le sonorità del Mediterraneo, della Magna Grecia –delle origini della civiltà. E’ un Esodo che per vie tortuose ricche di sacro così come di desiderio di autonomia individuale, di destini incrociati, profezie sfidate e ottemperate porta la comunità in cammino qui dove siamo, in Europa. Quello che resta per me incomprensibile, per me “talebanodentro”, è: perché?

Perché riscrivere un mito e fornirne mediante la riscrittura una forzatura tzigana? E’ davvero necessario attualizzare un mito?– o forse un mito prescinde dalle categorie temporali?

Perché indurre un attore a recitare in uno sforzato romano che è doloroso ascoltare -almeno per me cresciuto a Roma- nel tentativo goffo di imitare la calata romanesca (un po’ come quando Celentano “recitava” Rugantino)? A me ha distratto. E soprattutto, perché? perchè far dire a Giocasta, mentre si rivolge e Edipo prima che la tragedia inizi la sua picchiata: “Edipo, non fare il bambino”?

Era davvero necessario?

Faccio comunque mia l’ultima battuta dello spettacolo -che ha il pregio di essere “tipico”, da festival di Spoleto, affatto banale, intelligente e capace di dividere e accendere discussioni-: “Pietà!”, perché davvero non muoia mai….

Andrea Tomasini
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