KEVIN E LA TAILLANDIA

Spiaggia. Verso mezzogiorno. Quando i bagnanti cominciano a pensare al pranzo.

Passa un venditore con a tracolla borse, occhiali da sole, asciugamani, collane e chissà cos’altro da vendere.

Si ferma vicino all’ombrellone di una famiglia abbastanza numerosa che si esprime ad alta voce utilizzando un dialetto che tradisce la provenienza dall’ultra periferia romana.

Quelle zone dove alcuni in cerca di appartenenza, calcano esageratamente sul dialetto originale che io trovo, al contrario del suo clone periferico, molto gradevole.

Uno di loro pare il capo del branco, probabilmente il responsabile della eccessiva riproduzione di se stessi in un mucchio di bambini urlanti, dallo sguardo truce, che sfoggiano pettinature estreme con il cellulare sempre in mano.

Uno dei pargoli si chiama Kevin. Gli altri boh… non ho capito.

Il capofamiglia rivolto all’ambulante: “Io nun so’ razzista ma nun te compro ‘n cazzo caro Magreb. E vedi de annàttene che c’avemo da fa’… Grazie”.

Per meglio far capire l’invito, si aiuta con il gesto della mano che significa “…Smamma…

E sorride, certo di aver dato una efficace lezione di comportamento a Kevin e ai suoi coetanei.

Le stratatuate femmine del branco sorridono in segno di approvazione e continuano a parlare a voce altissima, della prossima vacanza in Taillandia (sì con due ELLE) dove un amico ha una casa che offre “… aggratisse all’amici come noi… Portàmo pure i pupi che tanto pagàmo solo er volo… Kevin, ce vieni in Taillandia a mamma?

E io vado a preparare il pranzo. In silenzio. Che poi devo fare anche il bucato…

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