I TRINCETTI

Questa è una storia divertente capitata durante il Festival di Spoleto di qualche anno fa. Era quel periodo quando al Festival ci lavorava tanta gente. Molti professionisti della scenotecnica, ma anche molti ragazzi di Spoleto che volevano guadagnare qualche soldino in poco più di un mese di lavoro.

Alcuni di quei ragazzi hanno poi continuato facendo diventare quella occupazione come il lavoro principale, mentre altri hanno abbandonato.

Uno di quei ragazzi appena assunto venne mandato in scenografia a dare una mano.

La qualifica era “attrezzista”, che in quel caso significava “aiutare dove serve”.

La scenografia era un grande capannone di circa 2000 metri quadri, dove venivano costruite le scenografie appunto, venivano dipinti i fondali e dove si immagazzinavano le scene e i costumi degli anni precedenti.

Appena arrivato lì, il protagonista di questa piccola storia, venne assegnato ad una signora che in quel momento stava girando con un bastone, il contenuto di un grosso pentolone poggiato su un fornello. Si trattava della preparazione di un colore che sarebbe servito per dipingere un grosso fondale già pronto di là.

Ciao, lui è Claudio (nome di fantasia) e sta qua per darti una mano. Chiedigli quello che ti serve”.

Ah bene, grazie, disse la signora. Claudio guarda, per cortesia, se vai in fondo al capannone, trovi dei “trincetti”. Prendili tutti e portameli qua. Grazie”.

E si rimette a girare col bastone nel pentolone che se ti fermi si rovina il colore.

Claudio non capisce cosa sono i “trincetti” e in realtà pochi lo avrebbero capito, anche fra quelli più preparati, ma magari sarebbe bastato chiedere spiegazioni. Claudio non se l’è sentita ed è partito alla ricerca.

I “trincetti” secondo la signora erano i taglierini.

I cutter. Quelle lame molto affilate che servono per tagliare un po’ di tutto: il taglierino.

Trincetto ce lo chiamava lei usando una espressione dialettale emiliana, ma Claudio è partito lo stesso.

Mentre la signora era ancora china sul pentolone torna trafelato Claudio.

Eccoli qua. Li ho presi tutti tranne uno che è scappato”.

La signora si ferma. (Scappato? Un taglierino che scappa?)

Alza la testa, si gira e vede Claudio pieno di graffi, con in braccio una decina di “micetti” che cercavano di scappare, mentre mamma gatta zompava sulle gambe del giovane tecnico nel tentativo di liberare i suoi figli.

Mo, questa farebbe già ridere così. La confusione fra “trincetti” e “micetti”, ma a me francamente fa più ridere cosa dovrà aver pensato Claudio.

Che ci faceva la signora della vernice con i micetti.

Li avrebbe usati come pennelli? Come tamponi?

È finita bene.

I micetti sono stati liberati e Claudio che ormai conosceva una parola in più, ha continuato per qualche anno con il lavoro di tecnico teatrale.

La signora quando le è servito, ha scelto di farsi aiutare da un altro attrezzista.

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