CHI ERA IL RENATO MOROZZI NELLA FOTO

 

Mi viene da riflettere su come è facile dimenticare personaggi che a Spoleto hanno fatto epoca come quelli nella foto pubblicata qualche giorno fa che ritraeva il Gotha dei tecnici del Festival di Spoleto in Piazza del Duomo negli anni buoni.

Poi ho fatto due conti e ho realizzato che sono passati almeno una cinquantina di anni. Forse pure di più.

Tanti di noi non erano ancora nati (io sì) e altrettanti hanno solo sentito parlare di quella che ha un allure di epopea storica attraversata da tutta la città.

Ma rimaniamo sui personaggi.

Uno di loro è Renato Morozzi all’epoca della foto Direttore Tecnico del Festival. La persona cioè che aveva la responsabilità di tutto il settore che riguarda scenografie, luci, attrezzeria, direzione di scena, sartoria, gestione dei teatri, ecc. Il capo di tutti quelli nella foto.

Molti sanno che la tecnica teatrale e i ruoli professionali che la compongono, hanno subito nel tempo significative trasformazioni.

Una di queste è stato il ruolo del Direttore Tecnico appunto, che ha cominciato ad avere una sua riconoscibilità proprio con Renato Morozzi.

Direttore di Scena di importanti compagnie teatrali, non ultima quella “Dei Giovani” capitanata da Giorgio de Lullo, ha segnato il passaggio fra quello che era stato il “Trovarobe”, cioè la persona che si occupava di tutto quanto serviva in scena, al “Direttore di Scena”.

Quest’ultimo è il cardine fra la componente artistica rappresentata da attori, ballerini, scenografi, regista, autori, musicisti e il palcoscenico. Il luogo dove la fantasia si trasforma e diventa un atto concreto da porgere al pubblico.

Il sipario che è l’oggetto che divide i due mondi, quello della fantasia e quello della realtà è infatti, proprio grazie a questa impostazione, comandato dalla Direzione di Scena.

Morozzi ha inventato un ruolo nuovo e gli ha dato autorevolezza e significato.

Certo prima di lui c’era stato qualcun altro che aveva tentato questa strada, ma solo grazie a lui e soprattutto grazie al Festival di Spoleto, il ruolo di chi doveva gestire completamente la parte tecnica è stato riconosciuto e approvato nel teatro dal vivo.

Poi sì, è vero che indossava sempre un foulard.

Girava per le viuzze di Spoleto con una Bianchina come quella di Fantozzi insieme alla sua assistente e amica Vicky Margullis, ma che sia stato anche un modesto attore non mi risulta.

I suoi soprannomi principali erano “cantinella” per la sua magrezza che ne faceva un osso ultra tonico e anche “polverone” per il suo modo di irrompere in palcoscenico fatto di urla e sguardi cattivi.

Chi poteva chiamarlo Renato, quindi per nome, era già un gradino più su nella gerarchia del palcoscenico.

Come quelli che parlando di Gassman lo chiamavano semplicemente Vittorio, o come Gian Carlo per Menotti.

Io Morozzi lo ricordo più nella sua ultima visita qua a Spoleto a Festival ormai iniziato, da dove la malattia l’aveva tenuto lontano.

Uno sguardo triste ma sempre fiero di uomo che ha segnato un momento storico nel teatro che ci piace.

Un uomo a cui il Festival deve molto e sarebbe bello fare in modo che questi personaggi non vivano solo nella memoria di chi li ha conosciuti che prima o poi pure quella si dissolverà.

Se poi a qualcuno interessa potremo ricordare anche gli altri ritratti nella foto e pure personaggi che hanno contribuito a costruire la leggenda di questa manifestazione che ormai vuoi o non vuoi, nella storia ci sta.

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