SEVEN AGES ALLA ROCCA

IL MIRACOLO DELLA FRAGILITÀ (CHE DURA DA 69 ANNI)
C’è qualcosa di ostinatamente vitale in questa città che, da sessantanove estati, decide di non fare la muffa. Mentre il mondo fuori urla, il Festival dei Due Mondi si conferma quel laboratorio a cielo aperto dove il “nuovo” non è un’etichetta di marketing, ma un rischio da correre insieme al pubblico. E il pubblico ringrazia e applaude.

Siamo di fronte a una sintesi di interessante precisione tra suono e movimento.
La partitura di Kirill Richter è densa, ciclica, un’architettura di simboli che invita alla danza.
Ma è nel corpo che avviene il prodigio: il linguaggio di Marco Goecke — quel suo vocabolario immediatamente riconoscibile fatto di fremiti, scatti nervosi e vibrazioni della parte superiore del tronco — non illustra la musica, la abita.
Che sia il lirismo tecnico di Matteo Miccini o la vibrante maturità di Anne Jung, l’assolo diventa una preghiera laica sulla condizione umana.
Immaginate di sedervi alla Rocca Albornoziana. Non siete solo spettatori, siete complici.
C’è un trio d’archi e pianoforte che suona il tempo: senti il dondolio di una culla, poi il ticchettio di un orologio, persino il richiamo di un cuculo.
È un piccolo catalogo di emozioni invisibili — paura, desiderio, tenerezza — che Goecke trasforma in muscoli che tremano. 
È la storia di ognuno di noi, raccontata senza l’ingombro delle parole, ma con la verità di un corpo che reagisce alla vita.
In un’epoca di intrattenimento predigerito, Spoleto ci sbatte in faccia la “transitorietà”. Un progetto site specific, un esperimento che esiste solo qui e ora.
Potrebbe sembrare un azzardo intellettuale, invece è un bagno di realtà. Richter e Goecke ci ricordano che siamo fragili, sospesi tra un libero arbitrio che spesso non sappiamo usare e un destino che non smette di rincorrerci.
È l’ironia shakespeariana che ci salva dal prenderci troppo sul serio, mentre la vecchiaia ci guarda già dalle spalle.
Questa è la Spoleto che ci piace! Quella che apre i suoi luoghi storici, come le pietre della Rocca che trasudano memoria, per farci entrare il futuro.
Se il Festival è ancora qui dopo 69 anni, è proprio perché non ha mai smesso di essere quella “piazza” dove l’artista lancia una sfida e il pubblico la raccoglie. Seven Ages non è solo uno spettacolo, è la prova che Spoleto resta il cuore pulsante della sperimentazione internazionale.
“La danza comincia là dove finiscono le parole” — Marco Goecke
Se volete riconnettervi con la “misteriosa bellezza dell’essere vivi”, fate un salto alla Rocca. Il tempo passa, è vero, ma a Spoleto sembra farlo con molta più grazia.
📍 Rocca Albornoziana, Spoleto fino al 10 luglio Musica: Richter Trio | Coreografia: Marco Goecke

musica Kirill Richter

(composizione su commissione)

eseguita dal vivo dal Richter Trio

Avgust Krepak violoncello

Kirill Richter pianoforte

Jérémie Visseaux violino (musicista ospite)

coreografia Marco Goecke

danzatori (in alternanza)

Matteo Miccini (27, 28, 29 giugno, 9 e 10 luglio)

Anne Jung (dal 4 al 7 luglio)

drammaturgia Nadja Kadel

assistente alla coreografia Nicole Kohlmann

produzione Festival dei Due Mondi di Spoleto

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