Al Teatro Romano di Spoleto, sotto un cielo che per tutta la sera ha giocato a fare il broncio, minacciando secchiate d’acqua che poi, per fortuna, si sono risolte in un nulla di fatto, si è compiuto il piccolo miracolo della Maratona di Danza.
La platea era quella delle grandi occasioni: un tappeto di teste e aspettative, sempre piena, quasi a voler richiamare per attrazione magnetica i fantasmi gentili delle prime maratone inventate dal Maestro Menotti.
Inutile, però, mettersi a fare la punta alle matite del passato. Il confronto tra le edizioni eroiche di ieri e quella di oggi non ha senso: appartengono a tempi diversi.
I nomi leggendari che hanno calcato questo glorioso palcoscenico — i Nureyev, le Fracci, i Baryshnikov — sono ormai uno splendido ricordo, icone depositate nel museo della memoria.
Ma la danza, si sa, è l’arte del presente che morde il tempo. I danzatori di oggi, scelti dalla sapiente direzione di Daniele Cipriani, hanno messo in campo una grinta e un’intensità che non chiedono sconti alla nostalgia.
Il pubblico ha tributato un rispetto vibrante a questa nuova generazione. Penso alla “visceralità del flamenco” di un Sergio Bernal in Solea x Bulerías, capace di incendiare il marmo del teatro, o al virtuosismo aereo di Tiler Peck e Roman Mejia nella Tarantella di Balanchine.
La tecnica classico-accademica si è mescolata al lirismo intimo di passi a due come Ami, dove Davide Dato e Alessandro Frola hanno indagato con eleganza il confine tra fratellanza e rivalità.
C’è stata poi la grande scommessa della seconda parte: una Sagra della Primavera in prima mondiale, dove la partitura di Stravinskij ha incontrato il linguaggio della danza spagnola e contemporanea.
Qui la grinta si è fatta rito, con Bernal nei panni dell’Eletto circondato da sedici danzatori in un’alchimia di movimenti che ha lasciato il segno.
In questo caleidoscopio di “belle forme”, come amava ricordare il compianto Alberto Testa, la Maratona si è confermata un rito necessario che si rigenera attraverso il ricambio generazionale.
Alla fine, anche il meteo si è rassegnato alla bellezza, concedendo una visione serena fino all’apoteosi del Défilé finale sulle note di von Weber.
La danza è tornata a casa, e ha la faccia pulita e l’impegno serio dei talenti di oggi.

