L’AGENZIA DELLE ENTRATE E LA MIA PEC (aggiornamento)

Ho preso l’abitudine di scrivere quello che mi capita da quando sono costretto ad avere a che fare con uffici pubblici.

L’ho fatto l’ultima volta per raccogliere quello che mi era successo quando avevo bisogno di vedere riconosciuto il mio diritto alla pensione e adesso lo faccio per non dimenticare un recente incontro con l’Agenzia delle Entrate.

Mi scuso in anticipo se i dettagli non saranno accuratissimi, ma cerco di rendere poco rintracciabili i fatti per non danneggiare nessuno (me stesso per primo) e perché a volte scrivere proprio tutto tutto per come è successo, pare troppo finto.

Allora cominciamo:

Mi arriva a casa una raccomandata spedita dall’Agenzia di cui sopra, dove mi viene notificato che hanno spedito una PEC (Posta Elettronica Certificata) al mio indirizzo per comunicarmi qualcosa di molto importante.

Nella raccomandata non scrivono cosa devono farmi sapere, ma solo che la spedizione della pec non è andata a buon fine e che loro ritengono comunque notificato l’avviso.

Cerco di contattarli ma niente.

Allora vado fisicamente nell’ufficio della mia città.

Fuori c’è scritto “Agenzia delle Entrate. Si riceve solo su appuntamento“.

Prendo l’appuntamento via internet. Poi il giorno giusto vado e chiedo di che si tratta.

Funzionario Agenzia: “Non siamo stati noi a spedire questa lettera, ma l’agenzia di una città qui vicino”.

Io: Ma non è sempre la stessa ditta?

Funzionario: “Beh no. Loro sono quelli che si occupano delle riscossioni. Noi facciamo altro“.

Io: Ok, allora come faccio a comunicare con loro?

Funzionario: “Guardi, lì in quella bacheca c’è il loro indirizzo mail. Può scrivere a quello“.

Lo faccio scrivendo con la mia pec corretta e chiedo di verificare perché evidentemente l’indirizzo in loro possesso non è esatto. Forse.

Mi rispondono alla mail dicendo che l’indirizzo che hanno loro è una serie di lettere a casaccio e a quello hanno spedito.

Il mio indirizzo è composto dal mio nome e cognome e basta.

Io: “Comunque cosa dovevate farmi sapere, che magari è una cosa importante”.

Per tutta risposta mi dicono che spediranno una seconda pec all’indirizzo in loro possesso ché non possono fare altrimenti. Ma non mi dicono qual è la comunicazione che mi hanno spedito.

Io: “Bene, ma appurato che quell’indirizzo non so di chi sia e quindi la pec non mi arriverà mai, almeno fatemi sapere il contenuto del messaggio no”?

Niente da fare.

Allora vado in rete e fra il sito loro e quello dell’Inps, riesco a capire che mi chiedono il pagamento di circa 75 euro per qualcosa che ho dimenticato di pagare anni addietro.

(In seguito grazie ad un commercialista scoprirò che quella cifra è il pagamento per il possesso di una partita iva che io manco sapevo di avere).

Mi faccio coraggio e pago, senza verificare se devo veramente pagare, quello che mi viene richiesto, poi passo all’agenzia delle entrate della mia città e chiedo di verificare l’indirizzo pec che hanno loro.

È corretto. Bene.

Io: “Allora potete cortesemente comunicarlo ai vostri colleghi, quelli dell’altra agenzia che si chiama come voi”?

None. Niente da fare. Loro non possono. Devo farlo io, ma recandomi fisicamente là dove sarò ricevuto solo su appuntamento.

E come lo prendo mo l’appuntamento?

Il gentile impiegato si muove a compassione e mi dice che me lo prende lui l’appuntamento. In via del tutto eccezionale. Mi fa un gran favore. “Non lo dica a nessuno però che gliel’ho preso io“.

Qualche giorno dopo, all’ora concordata, vado all’appuntamento nell’altra città.

L’orario è vicino a quello della pausa caffè. L’impiegata socchiude la porta: “dica”.

Se mi fa entrare le dico. Ho un appuntamento.

“Sì, ma deve pagare o riscuotere”? Sempre lasciandomi fuori.

Nessuna delle due. Devo comunicare la variazione di una pec.

“Noi qua non facciamo queste cose, (metto su la faccia mite e simpatica) comunque entri vah”.

Cerco di capire come funziona e chiedo che indirizzo risulta loro a mio nome.

Funzionario: “Niente. Nessun indirizzo. Noi lo peschiamo dal data base nazionale“.

Bene e come si fa a correggere quello sbagliato nel database nazionale?

Funzionario: “Non saprei. Direttore, lei lo sa“?

Arriva anche il direttore pure lui molto gentile.

Direttore: “Guardi, deve farlo da solo on line. Non saprei cosa altro consigliarle”.

Io: “Allora potrebbe controllare quello che mi avete spedito che cosa dice”?

Direttore: “Noi non le abbiamo spedito niente. E poi risulta che lei in questo momento non ha pendenze aperte”.

Io: “Certo ho pagato, mi pare normale che non ci siano pendenze”.

Direttore: “Eh certo, dev’essere per questo. Comunque non possiamo aiutarla. Arrivederci”.

Sono sicuro che riuscirò a risolvere, ma non so né come né quando.

Vi tengo aggiornati.

AGGIORNAMENTO

Tutto questo era fino a ieri.

Oggi sono tornato all’Agenzia delle Entrate della mia città. Ho riferito che mi hanno fatto fare un giro a vuoto e mi sono sentito tutto quello che l’impiegato di qui pensa dei suoi colleghi di là.

Poi sono passato nell’ufficio del funzionario a cui ho chiesto come si fa ad essere sicuri che la pec in possesso di quelli che mi avevano richiesto di pagare un arretrato, sia quella corretta ed eventualmente come fare per cambiarla.

Lui: “Strano però, perché anche quelli là, la pec la prendono dove la prendiamo noi e visto che a noi risulta quella corretta, pure per loro dovrebbe essere lo stesso“.

Lui: “Ma poi che volevano con quel messaggio non recapitato“?

Io: Volevano comunicarmi che dovevo pagare circa 75 euro perché ho ancora aperta una partita iva (che fra l’altro manco sapevo di avere).

Lui: “Beh, – dice guardando il monitor del computer – a me qua risulta che lei una partita iva ce l’aveva ma è stata chiusa

Io: Ah. Quindi?

Lui: “Quindi lei in realtà la partita iva non ce l’ha, più esattamente ce l’ha solo alla Camera di Commercio, (un nuovo personaggio entra nella storia) ma non può usarla. Quella che aveva è stata chiusa, ma per un errore (di chi?) è rimasta aperta nel data base della Camera di Commercio. Ma così com’è è inservibile. Va chiusa per forza e non bisognava nemmeno pagare quei 75 euro“.

Io: Benissimo. Allora posso chiedere a lei di chiuderla ed avere il rimborso?

Lui: “Ma certo che no. Noi siamo l’Agenzia delle Entrate e non possiamo modificare i dati della Camera di Commercio. Possiamo solo leggerli. E comunque per parlare con gli uffici che servono a lei, bisogna avere un delegato. Un commercialista o un caf, che lo faccia per lei. Non sono ammesse richieste da parte di singoli cittadini“.

Io: Ma magari posso fare io on line. C’ho anche lo SPID

Lui: “Manco per niente. Solo attraverso un delegato“.

Io: E allora che faccio?

Lui: “Si trova un commercialista e lo incarica di fare per lei la chiusura della partita iva che risulta ancora aperta per errore. Attraverso lui chiede il rimborso e mi raccomando faccia tutto questo con effetto retroattivo sennò dovrà pagare la stessa cifra per anni per un servizio che non può usare“.

Io: Ah bene. Grazie.

Lui: “Prego, si figuri“.

E ho paura che non finisce qui: vi tengo aggiornati.

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